Ha ucciso la mamma anziana e in decadimento cognitivo che accudiva giorno e notte. Un momento di esasperazione dopo essersi annullata per assisterla, fino a sprofondare in un cupo “stress traumatico”.
Lo stato dissociativo
I giudici della Corte d’Assise di Arezzo che dovevano stabilire se punire e in quale misura la figlia omicida, Giuseppina Martin, l’hanno assolta. “Non è imputabile” per “vizio totale di mente”, spiegano ora nelle dieci pagine depositate giorni fa. Uno stato dissociativo ha pilotato le sue azioni ed è come se Giuseppina fosse stata “spettatrice” e non autrice del delitto: il foulard preso dal cassetto del comodino e poi stretto al collo della 92enne distesa sul letto nell’ennesima notte in bianco finita in tragedia.
Le motivazioni
Tre mesi dopo il verdetto per la morte di Mirella Del Puglia, ecco le motivazioni della corte. La dolorosa vicenda di via Fermi a San Giovanni Valdarno (9 marzo 2025) interroga e fa riflettere, sul caso specifico e sul tema ampio e delicato dell’assistenza ai malati di Alzheimer e demenza senile non autosufficienti.
Il pm Giorgio Martano ricorrerà in appello. La pubblica accusa aveva chiesto la condanna a 12 anni di reclusione per omicidio aggravato, tenendo conto di una incapacità di intendere e volere parziale, invece i giudici togati e popolari hanno ritenuto quel deficit totale accogliendo la richiesta di assoluzione dell’avvocato Alessia Ariano.
La finestra temporale
Secondo la procura la Martin non era del tutto incosciente in quei drammatici istanti, dato che aveva memoria di aver preso il foulard, prima, e di aver visto il braccio penzolante della madre senza vita, poi. Ma quei due momenti, spiegano le motivazioni stese dal giudice Filippo Ruggiero “segnano soltanto la finestra temporale entro cui la dissociazione dalla coscienza (che toglie qualunque possibilità di autodeterminazione) si è manifestata”.
Viveva per lei
La donna, 68 anni, ex impiegata del Comune, figlia unica, si occupava della madre h24, in modo continuativo, sistematico, e per seguirla nel 2021 era andata in pensione in anticipo rispetto ai tempi rinunciando a una parte dell’assegno. Per la Corte d’Assise presieduta dal Annamaria Loprete, dunque, “non si trattò di una reazione di impeto, ma c’era un disturbo psichiatrico che spinse la Martin ad agire in modo impulsivo e irrazionale”.
La sentenza
E ancora: “Si è trovata a dover vivere in una situazione di grave e continuo stress, senza avere la possibilità e la capacità di gestirlo, anche perché, per le caratteristiche della personalità, tendeva a fare tutto da sola e a non coinvolgere il marito, nutrendo un senso di protezione anche nei suoi confronti”. Quindi: “Aveva accumulato uno stress sempre più ingravescente, non vedendo vie d’uscita”. E ci fu quella che viene definita “attivazione abnorme”. Ora, dopo il ricorso del pm, il caso approderà in Corte d’appello a Firenze e saranno i giudici di secondo grado a confermare o meno che la donna “fu spettatrice” e non autrice del delitto della mamma. Mentre il tema del supporto ai familiari di persone malate di Alzheimer, fragili anch’esse, è sempre di più attuale e urgente.