L'inchiesta

Criptovalute, la grande truffa: 150 raggirati, in 39 nei guai tra Toscana e Umbria

Il denaro raccolto da consulenti finanziari fittizi tra Arezzo, Siena, Firenze e Perugia. Gli investitori convinti dopo le convention in un albergo di lusso

Criptovalute, la grande truffa: 150 raggirati, in 39 nei guai tra Toscana e Umbria

Una sorta di catena di Sant’Antonio: porta un amico era il leit motiv che accompagnava le convention bimensili in hotel a cinque stelle dove i responsabili arrivavano su macchinoni di lusso e spiegavano come anche i nuovi arrivati avrebbero potuto diventare ricchi come ostentavano: bastava – dicevano – affidare loro il denaro dietro la promessa del 10% mensile di guadagni.

Conclusione indagini

Ora, decine di risparmiatori, che secondo quanto denunciato avrebbero ricevuto minacce di non rivedere i soldi se si fossero rivolti all’autorità giudiziaria, sperano nei risarcimenti che potrebbero essere disposti dall’autorità giudiziaria. Oltre sessanta si sono costituiti in una sorta di comitato, in questi giorni, la procura ha notificato gli avvisi di conclusione delle indagini, come anticipa La Nazione.

Altro che guadagni da capogiro

Alla fine il bilancio parla di 18 milioni di euro raccolti da consulenti finanziatori fittizi, 150 risparmiatori truffati e forse anche di più, trentanove indagati che tra Arezzo, Siena, Firenze e Perugia avrebbero tirato dentro nuovi investitor. Ma il miraggio di guadagni da capogiro con interessi da favola, grazie anche alle innovative cripotavalute, è ben presto emerso.

Per il pm  dietro alla Dcm, Digital coin management, c’è anche un’associazione per delinquere, formata da 4 aretini ritenuti i promotori dell’organizzazione, che si espandava fino in Slovenia, dove avevano aperto i conti, Malta, l’Inghilterra e l’Italia centrale, terreno fertile da drenare in cerca di nuovi risparmiatori.

I sospetti della Consob

Inizialmente un bonifico su una banca slovena; poi, per dare meno nell’occhio, avrebbero guidato gli investitori dentro un a piattaforma di exchange creando loro i ’portafogli’ (wallet) ma detenendone le chiavi di accesso.

E dire che in un primo periodo gli investitori avrebbero anche effettivamnete versato gli interessi maturati, fino a quando la piattaforma non è crollata. Il detonatore, forse, una scommessa persa sull’andamento del bitcoin, ma alla fine – per gli investigatori – il vaso di pandora sarebbe comunque stato scoperchiato, basti pensare che anche la Consob aveva preventivamente posto la lente sull’attivtià della Dcm.