La trama è sempre la stessa, così sempre uguale che quasi non fa più notizia, ed è proprio questo l’odioso effetto del continuo ripetersi di simili episodi: le vittime sono sempre i lavoratori, e spesso, se non sempre, lo Stato. Nella serata di lunedì 13 luglio (ma i fatti sono stati resi noti dallla Procura di Prato solo nella mattinata di oggi, martedì 14 luglio) un imprenditore cinese è stato arrestato a Prato: sfruttava il lavoro di operai in stato di bisogno, li pagava pochi centesimi a capo e arrivava talvolta a chiuderli dentro il capannone per evitare che si allontanassero.
L’uomo, già noto alle forze dell’ordine per avere patteggiato una condanna per gli stessi reati, scaturita dalla denuncia di una lavoratrice picchiata dopo aver reclamato lo stipendio, è stato messo ai domiciliari con braccialetto elettronico.
L’imprenditore, che aveva alle sue dipendenze una ventina di operai ed è accusato di intermediazione illecita del lavoro (caporalato), sfruttamento del lavoro e impiego di manodopera clandestina. Inoltre avrebbe evaso sistematicamente i contributi previdenziali.
Le indagini sono partite dopo la denuncia di due dipendenti: è iniziata così una opera di verifica da parte del Gruppo anti-sfruttamento dell’Asl e del Nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di Finanza. In cento giorni sono stati raccolti elementi per sostenere che l’imprenditore, attraverso prestanome, gestiva tre società che hanno avuto rilevanti commesse da parte di brand italiani della moda.

La misura cautelare degli arresti domiciliari era pronta già da giorni, ma l’imprenditore, interrogato dal gip, grazie all’omertà di alcuni suoi dipendenti, è riuscito a rendersi irreperibile fino a quando, nella serata di ieri, 13 luglio, lui stesso si è presentato alle autorità e gli è stato notificato il provvedimento di arresto. La Procura ha fatto notare che nei casi di caporalato sarebbe più efficace una deroga all’obbligo dell’interrogatorio preventivo, per evitare che l’indagato si renda irreperibile prima della firma della misura cautelare.
Il procuratore di Prato, Luca Tescaroli, in un comunicato ha ripercorso “cento giorni di monitoraggio costante dei siti produttivi che hanno consentito di delineare il circuito economico ruotante attorno all’imprenditore, il quale ha ottenuto profitti ingenti senza far fronte agli obblighi tributari. “Le indagini hanno consentito di rilevare le condizioni di venti operai cinesi, in maggioranza irregolari, giunti in Italia attraverso circuiti di immigrazione clandestini, impiegati in turni massacranti, con picchi di sedici ore giornaliere, sette giorni su sette, senza alcuna forma di tutela previdenziale e assicurativa, alloggiati all’interno di due dormitori a poche decine di metri dai siti di produzione”.
“L’indagato – si legge nel comunicato del procuratore – ha operato tramite prestanome in tre imprese che producono capi di abbigliamento su commissione di aziende di pronto moda su scala internazionale”.