La storia ricostruita dal Tribunale di Massa torna a quella notte tra il 28 e il 29 aprile 2009, quando una gravidanza considerata a rischio si trasformò in una tragedia irreversibile. A riportare la notizia è il quotidiano Il Tirreno.
Il feto, inizialmente in buone condizioni, entrò in sofferenza nelle ultime fasi del travaglio. Una sofferenza che, secondo i giudici, avrebbe potuto essere riconosciuta e affrontata con un cesareo d’urgenza. Così non fu.
E quel ritardo, ritenuto ingiustificabile, segnò il destino del neonato, morto il 23 maggio all’ospedale pediatrico Meyer dopo settimane in cui i danni cerebrali provocati dalla prolungata ipossia non lasciarono spazio alla speranza.
La sequenza degli errori
Il cuore della sentenza riguarda il monitoraggio del tracciato cardiotocografico. I segnali di alterazione, visibili già dalle 22.47, avrebbero imposto un controllo più stretto e la presenza costante della ginecologa Yvonne Paita. La dottoressa, invece, si allontanò per visitare un’altra paziente non in travaglio attivo, lasciando la partoriente alle ostetriche Anna Maria Croce e Francesca Musetti. Tornò solo dopo mezzanotte, per poi intervenire nuovamente alle 1.40, troppo tardi rispetto alla rapidità con cui la sofferenza fetale stava evolvendo.
È in questo arco di tempo, definito “eccessivamente ampio”, che secondo i giudici si consumarono le negligenze determinanti. La ginecologa non interpretò correttamente gli allarmi del tracciato. Le ostetriche, dal canto loro, non riconobbero la gravità dei segnali e non chiamarono la specialista, pur avendone l’obbligo professionale. Il risultato fu una catena di omissioni che impedì di intervenire — come scrive il Tribunale — già intorno alle 00.29 con un cesareo o con altre pratiche atte a prevenire il danno cerebrale.
Dal penale al civile: il riconoscimento della responsabilità
Le tre operatrici erano già state condannate in sede penale per omicidio colposo, con sentenza definitiva a otto mesi con la condizionale. Ora arriva anche il pronunciamento civile, che conferma integralmente le conclusioni delle consulenze tecniche utilizzate nel processo penale.
Il risarcimento supera i 650mila euro, da cui saranno detratti i 400mila già versati come provvisionale ai genitori. Una vicenda resa ancora più dolorosa dal fatto che la madre del piccolo, una decina d’anni fa, è deceduta. A rappresentarla in giudizio sono rimasti il marito e il figlio nato dopo quella tragedia avvenuta nel reparto materno-infantile dell’Opa.
L’ipossia che poteva essere evitata
Nelle motivazioni si legge che la prolungata carenza di ossigeno che devastò il cervello del neonato non fu un evento imprevedibile, ma l’esito di un monitoraggio inefficace. I giudici parlano di “imperizia” e “negligenza”, evidenziando come una più tempestiva valutazione del tracciato avrebbe permesso di evitare il danno.