Sulle scrivanie degli inquirenti, il caso Bongiorni entra ora nella sua fase più tecnica e decisiva. Il prossimo lunedì, 27 aprile, la Procura affiderà a un consulente l’analisi dei telefoni cellulari appartenenti ai cinque indagati, tra cui figurano due minorenni, e alla fidanzata di uno di loro, presente in piazza durante l’aggressione.
L’obiettivo degli investigatori è cristallizzare i contatti avvenuti subito dopo la fuga. Si cercano ammissioni, commenti o dettagli che possano definire con precisione le singole responsabilità in quei minuti di violenza.
Parallelamente all’esame dei tabulati, l’attenzione resta massima sulle prove video e sulle perizie medico-legali. Il nodo centrale riguarda la causa del decesso: l’estesa emorragia rilevata dai primi esami autoptici risulta compatibile sia con i colpi ricevuti, inclusi i pugni e il violento calcio al volto sferrato da uno dei maggiorenni, sia con la successiva caduta sull’asfalto.
Sarà la relazione finale del medico legale a stabilire se la morte sia stata una conseguenza diretta delle percosse o del trauma da impatto.
Sul fronte della difesa, gli avvocati puntano a ricostruire i momenti immediatamente precedenti al pestaggio. In particolare, si insiste su una presunta testata che la vittima avrebbe assestato a un diciassettenne, il quale avrebbe poi reagito con due colpi sferrati con tecnica da pugile, disciplina che il giovane aveva praticato con successo a livello giovanile.
Un dettaglio, quello della testata, che non appare chiaramente dai video ma che è stato citato da due testimoni e riportato dalla difesa del minore, rappresentata dall’avvocato Nicola Forcina.
Tuttavia, le parole del giudice per le indagini preliminari restano pesantissime. Nelle misure cautelari a carico dei due indagati di 19 e 23 anni, assistiti dai legali Enzo Frediani e Giorgio Furlan, il magistrato parla apertamente di un pestaggio brutale, condotto con la volontà di uccidere e senza alcuna pietà.
A pesare è soprattutto la fuga precipitosa mentre Bongiorni giaceva a terra esanime, sotto gli occhi della moglie che implorava di smettere e del figlio piccolo, testimone degli istanti più atroci fino alla morte del padre.
Per il giudice, la crudeltà dell’azione e il rischio di reiterazione del reato giustificano ampiamente la permanenza in carcere del gruppo.