900mila euro di indennizzo

Non si accorgono per mesi dell’infezione: amputate le gambe, maxi risarcimento

La paziente lamentava febbre e vertigini: per il suo medico era un problema psicologico, per l’ospedale labirintite

Non si accorgono per mesi dell’infezione: amputate le gambe, maxi risarcimento

Una febbre persistente e altri sintomi apparentemente generici, tra cui le vertigini. Un calvario sfociato nel dramma per una donna di 50 anni: nonostante le numerose visite e alcune analisi con valori sospetti, la gravità della sua situazione non è stata compresa. Per circa otto mesi alla donna non vengono fatti alcuni esami di approfondimento che nel suo caso si sarebbero rivelati cruciali. Alla donna viene comunicato che quei malesseri sono dovuti a problemi minori: una labirintite (infiammazione all’orecchio) secondo il pronto soccorso, oppure fattori psicologici, secondo il suo medico di base. Quest’ultimo indirizza la paziente verso la psicoterapia e psichiatria;  nessun ecocardiogramma, come invece suggerito dalla guardia medica che aveva riscontrato un soffio al cuore.

A provocare quei malesseri un’endocardite, un’infezione della valvola cardiaca, ma la scoperta avviene troppo tardi, quando sopraggiunge un’infezione generalizzata. Ad accorgersene un nuovo medico. La donna viene trasportata d’urgenza in ospedale, dove deve affrontare un delicato intervento al cuore e, in seguito, l’amputazione di entrambe le gambe. Un rimedio estremo, necessario a causa dello shock settico.

Il tribunale ha stabilito una responsabilità medica dopo una serie di consulenze tecniche. In primo grado, il tribunale aveva sentenziato una responsabilità solidale, attribuendo il 90% della colpa all’azienda sanitaria e il restante 10% tra il medico di base e un’altra struttura. La Corte di Appello di Firenze adesso ha confermato le responsabilità, ma ricalcolato le somme dovute alla vittima in base all’indennizzo che versa l’Inps. In totale, tra i due gradi di giudizio, le è stato corrisposto un importo poco superiore a 900 mila euro per danni alla salute, di vita relazionale, per la perdita della capacità lavorativa, le spese mediche e includendo i costi sostenuti per esigenze pratiche della nuova vita quotidiana, come l’abbattimento delle barriere architettoniche e l’acquisto di un’auto speciale.

A processo i sanitari e le strutture hanno sempre respinto le accuse, negando il presunto nesso di responsabilità tra le loro scelte e le conseguenze di salute della donna. La donna ha dichiarato invece che i medici non le avevano prescritto o svolto quegli accertamenti cruciali, in particolare l’ecocardiogramma e la visita cardiologica, che avrebbero consentito una diagnosi tempestiva. Esami, ha sostenuto, che le hanno prolungato quello stato di infezione che ha poi portato alle amputazioni. Neppure le visite in pronto soccorso, durante le crisi acute di vertigini e vomito, avevano portato ad approfondire e svelare il problema.