Fallimento Lucchese, quattro condanne per bancarotta fallimentare
Pene che vanno dai sei mesi ai due anni e quattro mesi per gli ex dirigenti rossoneri

Quattro condanne, con la sospensione condizionale, per l’ultimo fallimento della Lucchese Libertas 1905: le pene vanno dai 6 mesi ai 2 anni e 4 mesi. Il tribunale ha riconosciuto colpevoli tutti gli imputati per il crack della società rossonera. Nessuno di essi era presente in aula al momento della lettura della sentenza di ieri, giovedì 27 marzo, di cui entro novanta giorni si conosceranno le motivazioni.
Le pene per i quattro imputati
Per Arnaldo Moriconi, 80 anni, di Ponte a Moriano, l’amministratore di fatto dell’allora società rossonera, condanna a 2 anni e 4 mesi con la sospensione (possibile per gli over 70 fino a 2 anni e 6 mesi) ; due anni per Carlo Bini, 79 anni, di San Macario, Ceo (chief executive officer) rossonero nel periodo che va dal 6 marzo al 7 giugno del 2018 e Umberto Ottaviani, 73 anni, romano, Ceo della Lucchese dal 28 dicembre 2018 al 19 aprile 2019; 6 mesi per Aldo Castelli, 65 anni, romano, amministratore di diritto della Lucchese dal 20 aprile 2019 al 28 giugno dello stesso quando il Tribunale dichiarò fallito il club.
Non ci fu bancarotta per distrazione
Gli imputati sono stati invece assolti dall’accusa di bancarotta per distrazione perché il fatto non sussiste. Riconosciute le altre fattispecie fallimentari. Il pm Antonio Mariotti aveva chiesto una condanna a 2 anni per Moriconi, Bini e Ottavini e l’assoluzione per Castelli.
Fuori da processo come parte civile la curatela fallimentare che ha recuperato una parte dei crediti.
Le accuse della Procura
In particolare, le contestazioni della Procura, poi riconosciute fondate dal Tribunale, hanno messo in evidenza l’attività di Moriconi nel ruolo di dominus senza cariche operative nella gestione della Lucchese incurante dei debiti accumulati e della situazione finanziaria sempre più precaria.
Lo stesso Moriconi, dal settembre 2018, sarebbe andato avanti nella gestione trascurando uno stato di insolvenza della società che all’epoca la Guardia di Finanza quantificò in 1,6 milioni di euro.
Gli altri amministratori sono stati ritenuti responsabili del concorso nella bancarotta.