La morte di una giovane psichiatra brasiliana di 33 anni, avvenuta nel 2015 dopo una caduta dal terzo piano dell’ospedale Cisanello di Pisa, non fu un gesto volontario. A stabilirlo in modo definitivo è stata la Corte d’Appello di Firenze, che ha confermato la responsabilità della struttura sanitaria per la tragedia.
L’azienda ospedaliero-universitaria pisana è stata condannata a risarcire la famiglia della vittima con una somma che sfiora i 675 mila euro, a causa di quelle che i giudici hanno definito mancanze gravi e determinanti nella gestione della paziente.
La vicenda risale all’autunno di undici anni fa, quando la professionista si trovava in Toscana per un raduno motociclistico. In seguito a un incidente stradale, era stata ricoverata nel reparto di neurochirurgia per i traumi riportati.
Secondo la ricostruzione processuale, la donna manifestò fin dai primi giorni un forte stato di agitazione psicomotoria e confusione mentale, sintomi tipici di un “delirio iperattivo” post-traumatico. Nonostante questo quadro clinico critico e un precedente episodio in cui la donna aveva già tentato di allontanarsi senza autorizzazione, i sanitari non avrebbero adottato le misure di sicurezza necessarie a tutelare la sua incolumità.
Per i giudici ci fu negligenza
Per i magistrati fiorentini, la vittima non cercava la morte, ma stava tentando in modo confuso e incongruo di scappare dal reparto utilizzando la finestra della sua stanza. La sentenza sottolinea come la struttura sia venuta meno al proprio dovere di sorveglianza, lasciando la paziente in una camera al terzo piano con una finestra facilmente apribile e senza un monitoraggio farmacologico adeguato o una supervisione costante.
Le fascette di contenimento utilizzate si rivelarono del tutto inefficaci a frenare i movimenti della donna, che nella notte tra il 5 e il 6 novembre precipitò nel vuoto.
I giudici d’appello hanno descritto la condotta del personale ospedaliero come “eclatante”, ribadendo che la tragedia poteva essere evitata se la paziente fosse stata trasferita in un reparto protetto, come quello di psichiatria, o se fosse stata sottoposta a un controllo più stretto.
Con questa decisione viene respinto il ricorso dell’ospedale, confermando che la responsabilità del dramma ricade interamente sull’omesso monitoraggio della giovane donna, abbandonata a se stessa in un momento di estrema fragilità mentale.